Le tre sorelle masche di Forno Canavese e il processo alle masche di Rivara
Accenni storici e frammenti di stregoneria tradizionale
Uno dei processi per stregoneria più noti in Piemonte, soprattutto perché pervenutoci intatto, è quello del paesino canavesano di Levone. Ebbe inizio il giorno 11 di agosto del 1474 e la sua tragica fine si consumò il 7 di novembre 1474 con la morte di Antonia de Alberto e Francesca Viglone, entrambe messe al rogo sulla sponda del torrente Malone.
Quasi nulla si conosce tuttavia di un episodio simile che avvenne due anni prima, dal quale scaturì un altro processo immediatamente successivo a quello di Levone, che coinvolse il vicino paese di Rivara. Anche questo secondo processo venne istruito nel castello di Rivara, lo stesso nel quale erano state interrogate, torturate e condannate Antonia e Francesca, oltre che Bonaveria Viglone e Margarota Braya – le quattro masche di Levone.
Del primo episodio riferisce Pietro Vayra nel suo studio pubblicato nel 1874 (1), dove riporta che il 29 settembre del 1472, a Forno di Rivara – oggi Forno Canavese – vennero accusate di stregoneria tre sorelle, figlie di un certo Pietro Bonero. Di loro non è rimasto neanche il nome, a parte una delle tre, che pare si chiamasse Benvegnuta e che fu moglie di Turino Merlo. Tutte e tre le sorelle vennero condannate a morte e messe al rogo. Di loro è a stento sopravvissuta memoria.
Fu invece nello stesso giorno in cui Antonia e Francesca bruciarono come streghe che ebbe inizio il secondo processo. Si era dunque nel giorno 7 di novembre del 1474 quando, prima ancora che l’acre fumo dei roghi delle due donne levonesi si fosse disperso, prima ancora che la cenere si fosse raffreddata, si diede inizio a una nuova tormentata istruttoria.
Questa volta le presunte masche erano cinque, le prime tre delle quali erano state nominate dalle sorelle Bonero durante i loro interrogatori: Margarita, moglie di Ardizzone Cortina, detta di Favria, Guglielmina Ferrero e Turina Regis, tutte e tre di Rivara, e Antonia Goleto e Antonia Comba, di Forno.
Purtroppo non tutti gli atti di questo processo sono sopravvissuti, pertanto non se ne conosce l’esito. Si presume tuttavia che, dopo il tragico destino subito dalle tre sorelle Bonero, così come da Antonia de Alberto e Francesca Viglone, le condanne per le altre cinque donne siano state le stesse.
L’inquisitore che doveva occuparsi del nuovo processo era sempre Francesco Chiabaudi, che aveva già mandato al rogo Antonia e Francesca, ma avendo altri impegni e dovendosi recare altrove, delegò la prosecuzione del procedimento al pievano Fra Tommaso Balardi.
Una notevole differenza rispetto ai processi coevi e anche successivi è che, in questo, alle accusate venne permesso di assumere una difesa, la quale venne esercitata dai parenti, e in modo particolare dai figli, che a loro volta assunsero dei legali brillanti ed efficaci. Le accusate che vennero meglio difese furono Margarita e Guglielmina. I loro legali “impedirono che fossero sottoposte a tortura, dimostrando che gli indizi raccolti erano insufficienti; portarono in tribunale dei testimoni che deposero a favore delle loro assistite; sostennero che il processo non aveva validità per alcuni vizi di procedura, uno soprattutto: il Chiabaudi, essendo egli stesso giudice delegato, non poteva subdelegare nessuno. Ottennero così che il processo passasse al tribunale ecclesiastico ordinario del vescovo di Torino (…).” (2)
Le altre tre, ovvero Turina Regis, Antonia Comba e Antonia Goleto, che avevano scelto come procuratori i loro mariti, non furono invece difese, anzi, in merito a Turina, che venne temporaneamente rilasciata perché incinta, il marito dichiarò che, non appena avesse potuto, “l’avrebbe riconsegnata alla giustizia”. (3)
Le accuse emerse dal processo erano sempre simili: la maledizione del bestiame e la sua moria, ovvero le malattie e le morti di bambini, in un’epoca in cui, come oggi ben sappiamo, le morti naturali infantili erano oltremodo diffuse.
A Turina Regis era attribuito il potere di togliere e ridare il latte, sia alle bestie che alle donne, e infatti venne accusata di aver tolto il latte a una madre che da poco aveva partorito.
Antonia Goleto invece confessò di essere stata “iniziata alla stregheria” da sua madre Beatrice, che tempo addietro era stata a sua volta arrestata e poi mandata al rogo come strega.
Contro Margarita Cortina, invece, alcuni testimoni affermarono che doveva essere strega perché aveva fatto seccare un rospo alla catena del focolare. Lo riferì lei stessa durante uno dei suoi interrogatori: “La gente va spargendo che sono una strega perché ho fatto seccare un rospo per porre sull’occhio d’un nostro bue malato, ma veramente non è vero ch’io sia strega.” (4)
L’accusa veniva probabilmente dalla credenza allora diffusa che le streghe amassero i rospi, i quali erano considerati “animali immondi per eccellenza”, ovvero “personificazioni del diavolo”, tanto che “sapevasi ch’esse [le streghe] avevano cura d’averne sempre qualcuno”. (5)
Di certo il marito di Margarita, Ardizzone Cortina, non aveva a cuore la sua difesa. Uomo violento e iracondo, lo si udiva urlare “Stregaccia, io ti farò bruciar anche te!”, e Margarita rispondeva “Io non sono una strega, ma se lo fossi, io ti mangerei!” (6) Un’altra volta lo si aveva sentito gridarle “Sei una strega!” e lei aveva risposto “Dici male, e non ti perdonerò mai questa parola.” (7)
Sempre di Margarita si aggiunse un elemento interessante, probabilmente frutto di fantasia eppure legato alla figura tradizionale della strega. Nel processo si intendeva infatti provare che “la stessa Margarita fu trovata di notte tempo da probi uomini di Rivara e da persone degne di fede dello stesso luogo, nella strada superiore di Rivara, mentre usciva dalle case dei Quarelli, avente seco un gran capro e deforme, della statura ordinaria dei caproni e con grandi corna, sul quale alcuna volta cavalcava, ed altre lo conduceva dietro di sé, e che fu vista entrare in diverse case, di notte tempo, accompagnata come sovra.” (8)
In merito a Guglielmina Ferrero, una testimone che parlò a sfavore anche di altre accusate, fornisce una testimonianza che appare singolare, poiché ricorda la tradizione della veglia e della filatura durante la vigilia dell’Epifania, nonché la fortuna o la sfortuna che in quella notte potevano ricadere sulle designate.
Queste le parole della testimone: “Or fan sette anni ch’io andai la sera della vigilia dell’Epifania in casa della Guglielmina, dov’erano molte altre donne, per vegliare e filare, ed entrando dissi: buona sera a tutti! Al che la Guglielmina risposte: cattiva sera a te! Mi accostai alquanto al fuoco su cui ardeva un ceppo e mi parve che da quel ceppo uscissero calabroni, cosicché pensai bene d’andarmene di là, e quando fui nella strada caddi. Aiutata da Giacobino Todeschino mi ridussi a casa, ma perdetti la parola talmente che stetti tre giorni senza più proferir verbo.” Guglielmina andò a trovarla il terzo giorno e lei ne ebbe un breve miglioramento, ma stette ancora male per nove settimane. E giacché tutto era iniziato dopo che Guglielmina le aveva detto “cattiva sera” lei la sospettò di stregoneria e fece in modo che venisse incarcerata. (9)
Una vicenda particolarmente interessante racconta invece Antonia Comba, che delle cinque fu quella che subì le torture peggiori. Durante l’interrogatorio del 7 dicembre 1474, la donna disse che mentre si trovava a Borgaro, presso Torino, aveva incontrato un uomo “di mediocre statura, vestito di bianco e con berretto bianco” che le chiese se voleva andare con lui, poiché le avrebbe fatto avere molti beni. Lei si rifiutò, e di lì a poco incontrò una donna di nome Antonia Brayda. La Comba le raccontò dell’incontro con lo strano uomo vestito di bianco, e la Brayda la rassicurò, dicendole che si chiamava Giacobino ed era un tessitore di Borgaro. Le disse di non temere nulla di lui, anzi, di fidarsi poiché “le avrebbe fatto grandi benefizi”.
Antonia Comba seguì dunque la Brayda a casa sua, dove questa le parlò del gruppo di masche che frequentava, invitandola a farne parte: “ (…) quella donna le disse se voleva andare con lei al luogo in cui l’avrebbe condotta.” Antonia Comba rifiutò e la Brayda le disse: “Quando non vi piaccia, ve ne tornerete a casa.” Finalmente la Comba accettò e l’altra “la condusse al luogo detto i prati di Torino dov’erano molti della setta che ballavano ed avevano musica, con strumenti che mandavano un suono non come i nostri, ma più sordo.”
Antonia ci tornò tre volte, e quando le venne chiesto cosa vi facesse, rispose “che ballavano e poscia mangiavano [e bevevano] , dopo di che non sapeva che cosa gli altri facessero. Infine ch’essa era tornata a casa con quella donna che l’aveva condotta.” (10)
Al prato disse anche che “si faceva una buona merenda” e che le masche erano circa in dodici.
Venne interrogata su quale suono accompagnasse le loro danze, e lei rispose “al suono della zampogna, ma più sordo di quello delle zampogne degli uomini del mondo.” (11)
Interrogata di nuovo, aggiunse due particolari che meritano attenzione. Il primo riguarda l’incontro con una donna che apparteneva a quella setta, ma camminava sempre più piano delle altre. Questa le disse “che non mangiasse e non bevesse di quello che gli altri mangiavano e bevevano, per non essere legata (…).” Questo particolare ricorda diverse tradizioni e leggende nelle quali si raccomanda a coloro che visitano l’altromondo di non mangiare né bere nulla di ciò che viene loro offerto, per non perdere la capacità di tornare nel mondo, ovvero per non rimanere legati.
Il particolare più suggestivo emerge invece quando ad Antonia viene chiesto se ai raduni vi fosse luce: “Interrogata se quivi vi era lume, rispose di sì, ma fioco e di colore turchino.” (12)
La similitudine con il processo di Rifreddo e Gambasca che si svolgerà una ventina di anni dopo – nel 1495 – è senza dubbio affascinante. In quel caso saranno i demoni a emanare il “lumen blodum”, o lume blu, un bagliore inquieto, freddo, bluastro, che illumina i volti di chi frequenta la secta mascharum – o setta delle masche. In questo processo precedente, invece, non si fa riferimento ad alcun demone che emani bagliori freddi, ma solo a una fioca luce turchina, che aleggia e illumina nel buio le danze delle masche.
Forno Canavese, poi Levone e immediatamente dopo Rivara, fra il 1472 e il 1475 vissero giorni oscuri e spietati. E come spesso accade, il vero diavolo non abita al fianco delle streghe, ma in coloro che lo cercano e decidono di trovarlo laddove non ve n’è traccia.
Ad essere sacrificate sono quasi sempre le donne: levatrici o guaritrici a volte, mentre altre volte solo donne particolarmente belle oppure povere emarginate, malvedute e detestate.
Oggi queste donne vengono ricordate e onorate negli stessi paesi che un tempo le denunciarono e mandarono a morte. E se non è giusto trarne vantaggio economico, mancando di rispetto alla loro vita sacrificata alle fiamme – poiché a volte, in casi simili a questi, l’eccessiva commercializzazione di processi e tragiche condanne a morte stride con la, si spera, buona fede di chi li vorrebbe valorizzare – parlare di loro e onorarle umilmente e con sincerità, custodendone la memoria, forse non è molto, ma è qualcosa. E quel qualcosa è oltremodo importante.
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Note:
1. Ci si riferisce all’importante e indispensabile testo Le streghe nel Canavese o Due processi dell'inquisizione, riproposto nel 1970 dalla casa editrice Piemonte in Bancarella di Torino.
2. Cfr. Luisa Muraro, La Signora del gioco, pag. 257.
3. Ibidem.
4. Cfr. Pietro Vayra, Le streghe nel Canavese, pag. 93.
5. Ibidem, pag. 95.
6. Ibidem, pag. 93.
7. Ibidem, pag. 132.
8. Ibidem, pag. 136.
9. Ibidem, pag. 107
10. Ibidem, pagg. 125-126.
11. Ibidem, pag. 128.
12. Ibidem, pag. 130.
Bibliografia
Boggetto Pier Luigi, Le streghe di Levone. Fra realtà e mito, Hever Edizioni, Ivrea, 2019
Centini Massimo, Streghe in Piemonte. Pagine di storia e di mistero, Priuli e Verlucca, Torino 2018
Muraro Luisa, La Signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, La Tartaruga edizioni, Milano, 2006
Vayra Pietro, Le streghe nel Canavese o Due processi dell'inquisizione, Piemonte in Bancarella, Torino, 1970

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