Il processo alle masche di Rifreddo e Gambasca
Frammenti di stregoneria storica e tradizionale
Inoltriamoci adesso negli interrogatori delle tre donne di Rifreddo e Gambasca per scorgere, laddove possibile, i frammenti – a mio parere – più interessanti di stregoneria storica e tradizionale.
Innanzitutto scopriamo dove si svolgevano i raduni delle masche. Dalle confessioni emerge che le donne si riunivano di notte in alcuni luoghi vicini, ovvero “in un incrocio di viottoli delle gravere del Po e nel prato comune del forno di Rifreddo” (1), ovvero nel pascherio della piazza di Rifreddo; ma anche “sotto una quercia”, sempre in Rifreddo.
Le masche si raccoglievano quindi in un crocicchio vicino alle rive del fiume, nei prati, in una piazza e sotto una quercia. Tutti luoghi che richiamano riunioni sacre ben più antiche.
Durante le riunioni stregonesche le donne svolgevano tre pratiche rituali principali:
la danza, il rapporto sessuale con i demoni e la profanazione della croce.
La danza, in particolare, è descritta come un “correre qua e là” insieme ai demoni, ovvero “ad corrizandum cum aliis maschis” (2). Dall’interrogatorio di Caterina Borrella emerge anche che le masche andavano alla corsa, “ad cursum”, o al corso, dove con “corsa” o “corso” si intende “corsa per l’aria”, ovvero in volo. (3)
Il rito sacrilego per diventare masca era stabilito dall’uomo-demone. Caterina Bonivarda “fece per terra una croce con due paglie e poi pose il deretano sopra di essa, rinnegando espressamente Dio, la fede e il battesimo; e prese il detto demone in suo amante, signore e maestro, promettendo di servirlo e di obbedirgli e di dargli ogni anno un pollo bianco.” (4)
Il demone inoltre dà a Caterina un “bastone di grossezza di un pollice e della lunghezza di un raso [circa 60 cm]” che lei teneva nascosto nel pagliericcio del letto.
In merito ai “demoni”, un elemento importante che fa propendere ancora una volta verso l’ipotesi che non fossero altro che semplici uomini, è che secondo le masche questi erano sempre propensi a usare violenza contro di loro se si fossero rifiutate di avere rapporti sessuali o di fare ciò che loro pretendevano. Il rifiuto al maschio non era ammesso, se osavano opporsi, le donne venivano malmenate e stuprate. Nulla di diverso da ciò che l’uomo ha sempre fatto e continua a fare. In questo caso, come in molti altri, le donne erano quindi doppiamente vittime: degli uomini-demoni prima, dell’inquisitore dopo.
Dal processo emergono altri elementi interessanti. Il volo, o “trasferimento immediato” da un luogo all’altro era reso possibile dalla sovrapposizione del piede della masca sul piede del proprio demone: “ella poneva il proprio piede sul piede del demone che in un attimo la trasportava dove voleva”. (5)
Anche qui si fa riferimento al tocco della strega, che sarebbe servito per uccidere le bestie, e si praticava in questo modo: “le masche pongono le mani sull’animale e il demone sovrappone la sua mano fredda e pesante, calcando e premendo le mani delle donne (…).” (6)
Dal processo si viene a conoscenza anche un’altra pratica magica, volta a fare del male, ovvero a provocare dolore e infermità, il soffio della masca. Uno dei testimoni, tale Michele Rosso, riportò che dopo essere passato davanti alla casa di Giovanna Motossa venne colto da tremore e da un forte dolore alla spalla sinistra, e che in seguito, “gli era parso che un soffio uscisse dalla sua spalla”. Solo allora si era sentito meglio e il dolore era scomparso. Il soffio, o flatus, uscito dalla spalla del testimone “presuppone che lo stesso fosse entrato in precedenza nella spalla con effetti dolorosissimi”, ad intendere che “ciò fosse accaduto nel momento del passaggio davanti all’abitazione di Giovanna Motossa.” (7)
La stessa Motossa confessò che il proprio demone le aveva intimato di “soffiare in faccia” alla badessa del monastero per nuocerle.
Il soffio della masca o della strega pare dunque essere uno dei malefici che le streghe praticavano per fare del male, suscitando dolore e malattia.
Altre informazioni sono meno interessanti per la ricerca che vorrei condurre, o sono già state affrontate nei miei resoconti precedenti, pertanto, per concludere, mi soffermerò su due ultimi punti. Due dettagli luminosi, seppur di luci opposte si tratti, hanno attirato la mia attenzione e mi hanno affascinata. Li accompagno con due citazioni di rara bellezza.
Il primo riguarda il bagliore blu che emettevano i demoni alle riunioni stregonesche. Giovanna Motossa e la figlia Giovannina raccontano che nei raduni avevano incontrato Caterina Bonivarda, con la quale avevano parlato, “e di lei avevano identificato il volto alla luce fioca e blu fatta dai demoni” (8). Il lumen blodum, così viene definito, pare dunque essere un tenue bagliore bluastro che i demoni emettevano nella notte, illuminando debolmente ciò che si muoveva attorno a loro. Non si tratta di una luce accogliente, come possono esserlo altre luci azzurre che richiamano il mondo delle entità fatate. Questo lume è inquietante, emesso da uomini-demoni prevaricatori e violenti. Nulla di più lontano e opposto all’altra luce che emerge, invece, dalla testimonianza di Romea dei Sobrani, in uno dei momenti più poetici – se di poesia si può parlare – del processo.
Aliquando luna lucebat (9), o talvolta la luna riluceva, riferisce la donna, ricordando alcune notti di sabba. E dalle sue parole si delinea un’immagine di rara e delicata bellezza. La luna brillava, e sulle acque del fiume che scorreva poco lontano si rifletteva. Sui crocicchi e sul prato, al di sopra dei folti rami della quercia, splendeva sovrana.
Luci diverse, opposte. Il lumen blodum, freddo e sinistro, demoniaco; la luce di luna, bianca e dorata, amorevole e materna, realmente magica.
Rischiarate da questi lumi le masche si riunivano, e guidate da loro partecipavano al sabba. E se il lumen blodum dei demoni non le raggiunse più, una volta che le sbarre della prigione si chiusero dietro di loro, lo stesso non si può dire della luce della luna, che filtrando da qualche sottile spiraglio restava loro accanto, anche adesso. Soprattutto adesso. Poiché è nel buio più nero che splende più forte la luce.
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“Perfino il lumeto dei demoni [Giovanna Motossa] non aveva più intravisto, nemmeno strizzando gli occhi a fessura. Eppure l’aveva visto di sicuro, il lume azzurro come una torcia che arde a fatica, anche se era alquanto oscuro in verità. Illuminava il viso di quella giovane chiamata Caterina di Bonivardo che il giudice vuole strega a tutti i costi. E alla fine gliel’ha gettato addosso di averla riconosciuta a fare negozio con un demonio quando si andava ai balli sotto la luna. Indossava un vestito di tela bianca una notte, e un’altra volta era nigro, e nel suo abito ben cucito la ricordava bella. Una visione non di questa terra. L’ha contentato [l’inquisitore], purché la lasciasse arrivare a dicembre senza farla impazzire.”
“Et etiam aliquando luna lucebat, segna il notaio sorvolando impassibile e non rileva nulla di inconsueto, ingessato nella sua rigidità di scriba. Non si avvede che non era la squallida lumiera tenue e bluastra che i demoni spargevano sulle loro concubine in una sorta di contaminazione in controluce. No, era un lume limpido che sapeva di meraviglia e di purezza.
La luna splendeva sull’erba, sui ghiaioni del fiume, ma non sempre… talvolta. È il più bel ricordo, o fantasia di bellezza, o visione di sogno che fosse, che la masca Romea, moglie di Bartolomeo e figlia di un pugno di case incuneate tra i monti, regala inconsciamente alla grettezza e alla morbosità dei verbali inquisitoriali. È lo stupore che sconfigge, solo per un attimo, il terrore di un tribunale che l’ha già sentenziata colpevole. È l’incanto che bilancia l’orrore della tortura, o quantomeno il patema del martirio.
E infatti il giudice manco se ne accorge della trasparenza di quella lama di luce che trafigge la tenebra del pregiudizio. Imperterrito, l’avverte che in giornata approfondiranno il discorso degli incontri notturni, magari aggiungendo qualche particolare più penetrante e più illuminante di un insignificante raggio lunare.
Uno sta facendo il suo lavoro, l’altra cerca di salvare la sua anima contadina aggrappandosi a un passato che le è tornato da un altrove sbiadito in cui non si riconosce più. Ormai dubita di se stessa. Ma della luna proprio no, non dubiterà mai. Perché luceva di un candore impressionante (…). Non sempre era così irresistibile da rapire le anime semplici come la sua per portarle lassù, succedeva qualche volta. Anzi, era successo molte volte: di questo è sicura.
Le palpebre si sono fatte di piombo e Romea socchiude gli occhi vinta dalla stanchezza. Il suo piccolo mondo di prima è stato risucchiato nell’oscurità, deve rassegnarsi e acquietarsi per un po’. Solo la sua luna non l’ha tradita e ha sconfitto l’oblio per consolarla con un sorriso.”
Brano tratto da Fulvia Viola Barbero, La Decima Masca. 1495 Marchesato di Saluzzo. I processi alle streghe tra leggenda e storia, Fusta Editore, Saluzzo, 2024, pagg. 205-206, 230-232.
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Note:
1. Cfr. Grado Giovanni Merlo, Streghe, pag. 11.
2. Ibidem, pagg. 11, 21.
3. Ibidem, pag. 29.
4. Ibidem, pag. 21.
5. Ibidem, pagg. 31, 90.
6. Ibidem, pag. 89.
7. Ibidem, pag. 60-61.
8. Ibidem, pag. 88.
9. Ibidem, pag. 98.
Bibliografia
Barbero Fulvia Viola, La Decima Masca. 1495 Marchesato di Saluzzo. I processi alle streghe tra leggenda e storia, Fusta Editore, Saluzzo, 2024
Comba Rinaldo, Nicolini Angelo, “Lucea talvolta la luna”. I processi alle “masche” di Rifreddo e Gambasca del 1495, Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, Comune di Rifreddo, Provincia di Cuneo, Cuneo 2004
Merlo Grado Giovanni, Streghe, Società editrice il Mulino, Bologna, 2006

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