Il processo alle masche di Rifreddo e Gambasca
Le masche e la badessa
Nei primi giorni di autunno del 1495, nei paesini alto piemontesi di Rifreddo e Gambasca ebbe inizio una caccia alle streghe che vedrà nove povere donne inquisite, incarcerate e infine, con ogni probabilità, mandate al rogo. Dell’intero processo sono sopravvissuti solo tre documenti, nei quali sono contenuti gli interrogatori e le confessioni di tre delle nove donne accusate. I loro nomi sono Giovanna Motossa, Caterina Bonivarda e Caterina Borrella.
Da questi tre documenti lo studioso Grado Giovanni Merlo nel suo libro Streghe, come anche nella sua introduzione al libro Lucea talvolta la luna di Rinaldo Comba e Angelo Nicolini – nel quale è riportata l’edizione critica dei tre documenti, purtroppo in sola lingua latina – ha potuto ricostruire non solo buona parte del processo, ma anche ciò che con ogni probabilità lo aveva provocato. Da qui, ovvero dal principio, partiremo per tracciare una breve sintesi della vicenda, prima di rivolgerci ad alcuni interessanti frammenti di stregoneria storica che emergono dagli atti.
Tutto ha inizio una notte di primavera del 1495, quando una giovane di diciotto anni di nome Maria, servitrice della badessa del Monastero di Santa Maria della Stella in Rifreddo, sorprende la vedova Giovanna Motossa mentre è intenta a rubare alcune erbe dall’orto monastico. La ragazza minaccia la donna di denunciarla alla badessa e Giovanna Motossa, furiosa, medita una spietata vendetta. La stessa notte, o una imprecisata notte successiva, si introduce nel monastero e, raggiunta la stanza dove Maria dorme, la colpisce ripetutamente con forza e spietatezza, lasciandola agonizzante. La madre di Maria, Lorenza moglie di Antonio di Lorenza, andando a trovare la figlia poco dopo, la trova “colpita da una grave e improvvisa infermità”: il suo corpo presenta gravi traumi e la giovane è “tutta sconquassata e nera nella schiena” per via degli ematomi provocati dalle percosse di Giovanna Motossa (1). I traumi subiti dalla povera ragazza ne causano la morte dopo sei giorni, ma prima di spirare, Maria riferisce alla madre e al Predicatore Tommaso dei Binellati che la Motossa l’ha picchiata sulle spalle e sulla schiena per vendicarsi di essere stata scoperta e per il timore di essere denunciata.
A questo punto siamo davanti a un efferato ma semplice delitto, privo di qualsiasi riferimento alla stregoneria. Eppure pochi mesi dopo, su sollecita richiesta della badessa Margherita di Manton del Monastero di Santa Maria della Stella, si presenta a Rifreddo tale Vito dei Beggiami, Inquisitore generale delle province di Lombardia, Piemonte e della Marca genovese, appartenente all’Ordine dei Frati Predicatori impegnati nell’ufficio inquisitoriale.
Occorre fare attenzione a questo fatto, poiché invece di rivolgersi immediatamente al proprio gastaldo e giudice, come sarebbe stato logico fare per un comune omicidio, la badessa manda a chiamare un inquisitore (2). E non appena Vito dei Beggiami mette piede in Rifreddo, la caccia alle streghe ha inesorabilmente inizio.
Ciò che innesca la caccia è sì l’omicidio della servitrice del monastero, ma solo nel momento in cui Giovanna Motossa, sino a quel momento solo assassina, viene accusata dalla pubblica voce e fama di essere anche masca. Allora non si tratta più un fatto umano, ma demoniaco. E Giovanna Motossa stessa, nel tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità coglierà l’occasione di dichiararsi essa stessa vittima del male. Non è stata lei a uccidere la giovane Maria: il demone gliel’ha fatto fare.
Domenica 4 ottobre 1495, Vito dei Beggiami giunge quindi a Rifreddo e inizia la sua tragica opera proclamando il tempus gratiae con lettere monitorie affisse nelle chiese del posto: chiunque sia a conoscenza di fatti di mascaria, propri o riferibili ad altre persone, è obbligato ad andare a riferirlo al giudice inquisitore, che certamente darà a tutti la piena assoluzione. In realtà l’inquisitore non assolverà nessuno, ma raccoglierà informazioni utili a delineare la sua indagine nel tentativo di imprigionare e condannare quante più masche possibili.
A cadere nella sua trappola e a pagare con la vita saranno nove donne tra Rifreddo e Gambasca:
Giovanna Motossa, sua figlia Giovannina Giordana, Caterina Bianchetta detta Cathogia, Giovanna della Santa, Margherita Giordana e Romea dei Sobrani, di Rifreddo; e Caterina Bonivarda, Caterina Borrella detta Forneria e Giovanna Cometta, di Gambasca.
Dopo essere stata accusata più volte di essere masca e assassina dai testimoni che durante il tempus gratiae si recano dall’inquisitore, l’8 ottobre 1495 Giovanna Motossa si presenta di sua spontanea volontà al Monastero di Santa Maria della Stella, dove, nella stanza della badessa, accanto al focolare, si svolgono gli interrogatori. La Motossa, senza alcuna reticenza, ammette di essere masca e di far parte della secta mascharum, o “setta delle masche”, da diciotto anni. Anche sua figlia Giovannina Giordana si presenta all’inquisitore ammettendo di essere masca, introdotta nella setta da sua madre. Altre due donne, Caterina Bianchetta detta Cathogia e Giovanna della Santa, si presentano all’inquisitore nei giorni 12 e 13 ottobre, ammettendo la loro appartenenza alla secta mascharum, e accusano altre donne di farne parte, in particolar modo Caterina Bonivarda. In pochi giorni l’inquisitore si trova, per suo compiacimento, circondato da masche e pienamente libero di disporne come vuole, ovvero di farle incarcerare nei sotterranei del monastero, in attesa di interrogarle e, possibilmente, di epurare quei luoghi dalla loro ammorbante presenza.
Le accuse sono, come da copione, sempre le stesse. L’inmascamento o maledizione del bestiame con come conseguenza la sua morte – in particolare di porci – l’uccisione di bambini, la riesumazione dei corpi di bambini per bollirli, mangiarli e utilizzare il grasso per ungere i bastoni che permettevano di volare al sabba, l’evocazione di tempeste e i rapporti con gli uomini-demoni.
Le donne inquisite tentano in ogni modo di discolparsi, di negare, ma alla fine cedono e ammettono tutto ciò che l’inquisitore vuole sentirsi dire. Ognuna di loro viene accusata di eresia e apostasia, quindi di mascaria.
La conclusione del processo non ci è pervenuta, ma con ogni probabilità tutte e nove le masche vennero messe al rogo.
Occorre notare che in tutto il processo è estremamente rilevante la figura della badessa del monastero. È Margherita di Manton a richiedere la presenza dell’inquisitore, ovvero a innescare per procura la caccia alle streghe. Come scrive Merlo, “gli indizi (…) portano a Margherita di Manton, come a colei che sollecita e guida l’intervento inquisitoriale” (3). Le donne vengono incarcerate nei sotterranei del suo monastero, gli interrogatori si svolgono “nella sala della reverenda signora abbadessa”, e sempre in sua presenza (4).
Nell’interrogatorio di Caterina Bonivarda emerge che il marito Bonivardo, durante una visita alla moglie incarcerata, aveva detto di essere impegnato “a trovare il modo per meglio difenderla da quella badessa”, come se la minaccia più pesante per le sorti di Caterina fosse lei. Come deduce Merlo, “il marito cercava di difendere la moglie dalla badessa, non dall’inquisitore.” (5).
Se questo non bastasse a far attribuire a Margherita di Manton la responsabilità per la persecuzione delle donne coinvolte, è doveroso aggiungere che anche l’esecuzione delle pene delle condannate spettava alla titolare della signoria locale, rappresentata dalla badessa del Monastero di Santa Maria della Stella, al tempo sempre Margherita di Manton.
Così, su una donna che avrebbe dovuto essere madre compassionevole e guida spirituale per le accolite del monastero, così come per tutte le donne e gli uomini della sua competenza territoriale, ricade la colpa dell’intera vicenda. Sulla sua anima pesano le vite delle nove donne di Rifreddo e Gambasca, che lei volle veder inquisite e che con ogni probabilità lei stessa si premurò di far finire sui ceppi, tra le fiamme.
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Note:
1. Cfr. Grado Giovanni Merlo, Streghe, pagg. 59-60.
2. Ibidem, pag. 66.
3. Ibidem, pag. 48.
4. Ibidem, pag. 24.
5. Ibidem, pag. 48.
Bibliografia
Barbero Fulvia Viola, La Decima Masca. 1495 Marchesato di Saluzzo. I processi alle streghe tra leggenda e storia, Fusta Editore, Saluzzo, 2024
Comba Rinaldo, Nicolini Angelo, “Lucea talvolta la luna”. I processi alle “masche” di Rifreddo e Gambasca del 1495, Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, Comune di Rifreddo, Provincia di Cuneo, Cuneo 2004
Merlo Grado Giovanni, Streghe, Società editrice il Mulino, Bologna, 2006

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