Siamo nel 1520 quando la spietata caccia alle streghe giunge in un paesino in provincia di Varese, Venegono Superiore. Ad attirarla, una confessione rilasciata da un certo Giacomo da Seregno, magister da poco condannato per eresia e stregoneria, e bruciato sul rogo a Monza.
“Nella terra di Venegono Superiore e nei suoi dintorni esistono altre streghe di cui non conosco il nome, ma potrete farvelo dire dalle due donne che vi ho nominato”. (1)
Le due donne di cui parla il da Seregno sono Margherita Fornasari e sua figlia Caterina.
L’Inquisizione arriva quindi in Venegono Superiore, rappresentata dall’inquisitore frate Battista da Pavia, e il 4 marzo del 1520 viene per sua richiesta affisso all’ingresso della chiesa di Santa Maria in Castro la comunicazione generale che annuncia l’inizio dei tre giorni di tempus gratiae. I paesani sono invitati, pena la scomunica, a segnalare qualsiasi sospetto di eresia o stregoneria che riguardi altri compaesani o loro stessi.
Frate Battista da Pavia, nel frattempo si è sistemato nel castello di Venegono, di proprietà del conte Fioramonte Castiglioni. Sarà qui, fra queste antiche mura, che il processo avrà inizio.
All’inizio del tempus gratiae, si presentano quindi tre uomini: Giacomo Coqui, Giacomo da Domodossola e Rocco Ferrari. Questi si fanno portavoce della pubblica fama – vox populi, vox Dei – ovvero delle dicerie, considerate all’epoca verità innegabili. Vengono fatti dei nomi: le già nominate Margherita Fornasari e Caterina Fornasari, oltre a Maddalena del Merlo, detta ravizina – da ravisc, “piccola rapa” – Elisabetta degli Oleari, Tognina del Cilla e una certa Margherita che risulterà essere già morta.
Le prime cinque donne, a cui – dalle confessioni delle prime – se ne aggiungeranno altre due, ovvero Giovannina Vanoni e Majnetta detta codera – da codé, il bossolo che mettono sulla cintura i contadini, dentro il quale ripongono la cote – vengono immediatamente arrestate e incarcerate nel castello. Da lì non usciranno più, se non nel giorno della loro esecuzione per mezzo delle fiamme del rogo.
Gli atti del processo alle streghe di Venegono Superiore, un fascicolo dal nome Processus strigiarum, vennero scoperti alla fine del 1900 da Anna Marcaccioli Castiglioni in un faldone del fondo notarile – cartella 8452 dell’Archivio di Stato di Milano – e da lei decifrati, tradotti dal latino e pubblicati nel suo prezioso libro Streghe e roghi nel Ducato di Milano. Processi per stregoneria a Venegono Superiore nel 1520.
In queste pagine, alcune piene, altre bianche o scritte solo per metà – gli atti processuali di Giovannina Vanoni mancano completamente, mentre di quelli di Majnetta è rimasta solo mezza pagina – si delinea chiaramente l’intera vicenda.
In merito a questa, vorrei soffermarmi, secondo il mio personale interesse e la mia ricerca, solo su alcune parti.
Innanzitutto, il modo in cui le donne venivano avvicinate alla societas, o secta strigiarum, così riassunte dall’autrice Castiglioni:
a – Le adepte contattano una donna, la quale quasi sempre si trova in stato di grave turbamento, per farne una nuova accolita;
b – essa è fatta incontrare con l’uomo-demone;
c – le viene dimostrato che cosa l’appartenenza alla “societas” la metterebbe in grado di fare;
d – dopo avere accettato di aderire alla “societas”, la neofita rinnega la propria fede e la presta all’uomo-demone;
e – essa si unisce carnalmente con lui e, in seguito a quest’unione, entra di diritto nella setta delle streghe. (2)
Le donne vengono quindi cercate soprattutto se sono in un momento di difficoltà, di turbamento, ovvero di infelicità – come avviene solitamente nelle sette. Viene fatto loro conoscere un uomo, o uomo-demone come risulterà nel processo, che da quel momento – anche se le adepte ancora non ne hanno coscienza – diventerà una sorta di padrone a cui dovranno prestare servizio e offrire il proprio corpo, e dopo il congiungimento con lui entrano a far parte della societas.
Prima della loro entrata effettiva, tuttavia, una delle streghe più anziane o l’uomo stesso chiede alla nuova arrivata di compiere un gesto blasfemo e definitivo: calpestare la croce.
L’uomo-demone di Margherita Fornasari, Angelino, esorta la donna a “calpestare con il piede sinistro una croce di legno, che lo stesso Angelino le aveva data.” (3)
A Tognina viene fatta la stessa richiesta da Elisabetta degli Oleari – in seguito si rivelerà essere stata Margherita Fornasari – la quale la persuade a calpestare “per tre volte, il segno della Croce, che la stessa aveva disegnato per terra. Tognina lo calpesta con il piede sinistro.” (4)
L’utilizzo del piede sinistro richiama la tradizione popolare secondo la quale la parte sinistra del corpo appartiene al diavolo.
Questo gesto fortemente simbolico ed estremo corrisponde a una abiura della religione cristiana ed è una parte irrinunciabile dell’iniziazione alla setta delle streghe. Compare non solo in questo processo, ma in molti altri simili.
Da adesso in poi la donna è divenuta strega, e le viene mostrato cosa è in grado di fare – o cosa tutte credono di poter fare, senza tuttavia esserne realmente capaci.
Tralasciando le solite innumerevoli uccisioni bambini e animali, tipiche dei processi per stregoneria e a mio parere sempre poco credibili, questi sono alcuni dei poteri acquisiti dalle streghe di Venegono Superiore e parte integrante di molte tradizioni popolari sopravvissute nei secoli.
Le donne ritenevano di poter entrare nelle case dalle porte chiuse, o passando dagli spiragli delle porte socchiuse, come fa il vento.
Dal processo a Caterina Fornasari:
“(…) entrarono attraverso le porte chiuse (…), come erano entrate nella stalla, attraverso le porte chiuse, così se ne uscirono.”
Interrogata su come ci riuscissero, Caterina rispose “per opera del demonio, che usava forze a lei sconosciute, entravano e uscivano senza impedimento.” (5)
Tralasciando il demonio, questa capacità richiama la dimensione dello spirito, o quella del sogno – se provocata dall’assunzione di erbe psicotrope, quella della allucinazione. Al contempo pone le streghe fra il mondo comune e quello sottile, dal momento che possono muoversi liberamente nella materia, e attraverso di essa.
Un’altra capacità loro attribuita è quella del tocco. Attraverso il tocco le streghe potevano affatturare o uccidere.
Dal processo a Tognina si legge:
“(…) con Elisabetta, Caterina, Margherita, codera e Giovannina Vanoni, moglie di Bernardo Vanoni, è andata di pomeriggio alla Brughiera dove hanno fatto morire un ragazzo di circa dodici anni, che custodiva le bestie, toccandolo tutte loro ad una tibia. E questo fu a persuasione di Elisabetta, la quale lo ha toccato per prima, e a causa di quel tocco il ragazzo si è sentito male ed è morto.” (6)
Arriviamo quindi alla parte a mio parere più interessante, quella che riguarda l’unguento delle streghe e il volo. In questo caso è anche interessante la spiegazione del loro modo di accordarsi e della durata delle loro uscite diurne e notturne.
Dal processo a Caterina Fornasari:
“Interrogata, come s’incontravano per commettere questi crimini, risponde: che durante il giorno si mettevano d’accordo e decidevano se andare di notte o di giorno a fare questo o quello.
Interrogata, in che modo si potessero assentare a lungo, senza che le persone di casa si accorgessero della loro assenza, risponde: che non rimanevano fuori più di tre o quattro ore; pertanto ritiene che quelli di casa e i famigliari si accorgevano sì e no della loro assenza.
Interrogata, in che modo potevano andare e tornare tanto velocemente per fare questi danni, specialmente durante la notte, risponde: Elisabetta aveva una pisside “pixidem sive bussulam” contenente un unguento con il quale ungevano delle verghe, che, dietro suggerimento delle compagne, ponevano fra le gambe come cavalcando e se ne andavano, veloci come il vento.
Interrogata, cose ne è stato della pisside contenente l’unguento, risponde: sempre la restituivano a Elisabetta. Aggiunge che ogni volta che avevano bisogno di trasferirsi da un luogo ad un altro, per fare qualche maleficio, Elisabetta aveva pronta la pisside con l’unguento e le verghe che ungevano e subito dopo le ponevano tra le gambe e in brevissimo tempo erano trasportate ovunque volevano andare.” (7)
“Ancora dicono che, quando volevano andare al giocho, over ad fare qualche mali, che la dicta Elixabet, magistra de iniquitate, haveva in promptu una bussola, in la quale era uno certo unguento, de qual ne ungeva certe bachete, quele poy li metevano in mezo de le gambe et poy subito se ne andano, a modo de uno vento, dove li pareva loro.” (8)
Questo elemento dei processi per stregoneria suscita sempre particolare interesse, sia nel caso in cui venga considerato una mera invenzione delle imputate, desiderose di accontentare l’inquisitore nella speranza di non essere torturate, sia nel caso in cui lo si creda, almeno in parte, veritiero.
Così riflette Anna Marcaccioli Castiglioni:
“Da quanto dichiarato da Caterina risulta che lo stesso unguento era usato sia per uccidere, sia per volare. Come è possibile che questo potesse accadere? O le donne erano a conoscenza di antidoti che neutralizzavano il veleno contenuto nell’unguento e lasciavano agire solo la droga, oppure, come è più facile credersi, esse non uccidevano nessuno se non con la fantasia deformata dalle droghe che assorbivano attraverso le mucose vaginali. A questa domanda solo un tossicologo potrà rispondere.” (9)
Mi piace pensare che qualcosa di vero ci sia stato, e che quindi le donne, assumendo sostanze ricavate dalle erbe psicotrope – non a caso chiamate erbe del diavolo o erbe delle streghe – vivessero realmente certe esperienze estatiche, nelle quali credevano di compiere cose che, ovviamente, nella realtà non compivano affatto. A meno che il piano sottile non influisca realmente su quello tangibile, ma questo è un discorso diverso che andrebbe svolto a parte.
Un ultimo dettaglio che mi interessa in modo particolare, è la presenza nelle sette delle streghe di una figura che istruisce e guida le altre. Una persona posta su un piano leggermente più elevato rispetto alle altre, e per questo considerata maestra.
Nel processo alle streghe di Venegono Superiore, inizialmente, la magistra sembra essere Elisabetta degli Oleari, sebbene la stessa neghi perentoriamente.
“(…) Caterina accusò Elisabetta di essere stata sua maestra nell’arte della stregoneria [magistra sua in dicta arte strigotij], ma è pur vero che Elisabetta negò sempre questo fatto.” (10)
Anche Tognina del Cilla ripete molte volte di essere stata istruita da Elisabetta, sua magistra, salvo poi scagionarla verso la fine del processo e rivelare che in realtà era stata indotta ad accusarla da Caterina Fornasari, che ne voleva fare un capro espiatorio per salvare sua madre.
Nella deposizione del 2 giugno 1520, Tognina rettifica:
“Interrogata, chi fu, in verità, che la iniziò all’arte della stregoneria, risponde: “Fu Margherita Fornasari e non Elisabetta, e questo accadde circa cinque anni fa. Elisabetta andò più volte al sabba e più volte io l’ho vista, ma non fu la mia maestra, come avevo detto nei precedenti interrogatori. Per colpa di Caterina, che mi istigò, accusai Elisabetta di essere stata mia maestra, invece calpestai la Croce su istigazione di Margherita. Elisabetta fu presente, ma non si diede molto da fare per farmi calpestare la Croce e a tre cose simili.” (11)
Elisabetta degli Oleari è la vittima fra le vittime, resa vittima non solo dalle accuse della pubblica fama, ma in secondo luogo, anche da quelle di Caterina Fornasari e Tognina del Cilla, che si alleano contro di lei. La lettura del processo a Elisabetta degli Oleari è un tormento, poiché la povera donna viene torturata nei modi più spietati senza mai, mai confessare nulla. Anche nel momento in cui è già condannata al rogo, l’inquisitore continua a torturarla per ottenere da lei ciò che vuole sentire. Ne ha fatto una questione personale, non può accettare di non averla vinta anche su di lei. Ma Elisabetta vince su tutti, con una tenacia che appare umanamente impossibile.
E in questo modo viene definita nella lettura della condanna:
“Elixabet de li Oliarij, magistra capo de ogni vitia et idolatria, semenza de far ruvinare le cristiane tute (…).” (12)
Nonostante appaia dunque chiaro che non fu realmente Elisabetta ad essere magistra, e non sia possibile sapere se appartenessero a lei la pisside con l’unguento e le verghe, e non a Margherita Fornasari – che morendo pochi giorni dopo l’inizio del processo si sottrae ad ulteriori interrogatori e lascia le sue presunte accolite ad affrontarlo da sole – ciò che è interessante è la presenza stessa della magistra.
In questo processo, infatti, lei è una delle imputate. È maestra nella arte de striozo (13), detiene il segreto della capacità di volare, il suo tocco, che avviene prima di quello delle altre, è quello che uccide.
È tuttavia mia convinzione che, in altri processi – come quello a Pierina de Bugatis e Sibillia Zanni a Milano nel 1390 – la magistra fosse più che una donna come le altre, pur non essendo altro che una donna.
Di questa apparente contraddizione, ovvero di questo preciso argomento e della mia considerazione personale, parlerò prossimamente.
Tornando a Venegono Superiore, siamo all’epilogo della vicenda.
Alle sette donne, ovvero Margherita Fornasari – già defunta – Caterina Fornasari, Tognina (Antonina) del Cilla, Maddalena del Merlo della ravizina, Elisabetta degli Oleari, Giovannina Vanoni e Majnetta detta codera, a cui era stata promessa misericordia e perdono da tutti i crimini dall’inquisitore frate Battista da Pavia, viene invece riservata la pena capitale dal secondo inquisitore, Michele d’Aragona.
Vengono quindi portate sulla cima di Monte Rosso – una bassa collina che si affaccia su Venegono Superiore – e qui, compresa Margherita Fornasari, della quale viene riesumato il cadavere e posto insieme alle altre, vestite di gabbana e legate, vengono bruciate vive.
Estratto della Sentenza definitiva contro sette donne, sei viventi e una morta” del processo originale alle streghe di Venegono Superiore:
“Noi, Guido Castiglioni, con la podestà dovutami dal luogo di Venegono Superiore e sue pertinenze, viste le requisitorie (…), vista anche la sentenza rilasciata con lettera dal signor frate Michele di Aragona, inquisitore (…) contro e avverso Maddalena ecc., condotte innanzi a noi.
Visto e altamente considerato tutto quanto contenuto nella detta sentenza e riflettuto su tutto quando c’era da riflettere, invochiamo il nome di Cristo, di Lui che conosce la vera misericordia universale, e imploriamo Dio supplicandolo di assisterci in questa nostra definitiva sentenza, emessa quale giudice sedente in tribunale, condanniamo al supplizio del rogo, consegnando nelle mani di Ambrogio, balivo di Venegono, nostro luogotenente a questo deputato, la detta donna e tutte le altre perché debba e voglia condurre o far condurre, senza alcuno indugio, sotto buona scorta, le condannate nel luogo del loro ultimo supplizio che abbiamo stabilito e apparecchiato nell’apposito luogo di Monte Rosso, il quale monte si trova al centro della terra di Venegono, e qui rivestite di gabbana vengano collocate di fronte al popolo e siano messe al rogo quale atto di giustizia. (…)” (14)
Al termine di questa analisi viene da chiedersi quale possa essere la vera giustizia.
E se l’uomo, fallibile per natura, sia mai stato veramente in grado di determinarla e, quindi, di compierla.
***
Note:
1. Cfr. Anna Marcaccioli Castiglioni, Streghe e Roghi nel Ducato di Milano. Processi per stregoneria a Venegono Superiore nel 1520, pag. 30.
2. Ibidem.
3. Ibidem, pag. 41.
4. Ibidem, pag. 53.
5. Ibidem, pag. 91.
6. Ibidem, pag. 135.
7. Ibidem, pag. 91.
8. Ibidem, pag. 218.
9. Ibidem, pag. 46.
10. Ibidem, pag. 99
11. Ibidem, pagg. 147-149. Margherita Fornasari muore durante i primi giorni del processo. Probabilmente tra il 23 marzo – dato che il 22 aveva deposto contro Elisabetta, lamentando tuttavia di non sentirsi bene – e il 28 marzo – data oltre la quale non compare più. Non è da escludere tuttavia che sia sopravvissuta altri giorni, seppur non oltre il 21 aprile – quando è dichiarato che nel frattempo è deceduta.
12. Ibidem, pag. 216.
13. Ibidem, pag. 218.
14. Ibidem, pag. 215.
Bibliografia
Marcaccioli Castiglioni Anna, Streghe e Roghi nel Ducato di Milano. Processi per stregoneria a Venegono Superiore nel 1520, Thelema Edizioni, Milano, 1999
Zangarini Chiara, Elisabetta degli Oleari strega, Pietro Macchione Editore, Varese, 2024
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