Camminando per le strette stradine del borgo di Croveo, in Valle Antigorio, si incontrano alcuni cartelloni illustrati che raccontano le vicende accadute nel lontano XVI secolo, quando diverse donne e alcuni uomini vennero accusati di stregoneria, processati, torturati, e lasciati al loro tragico destino. Alcuni di questi cartelli riportano anche citazioni e frammenti di folklore locale, come quello che riguarda il profondo legame che è sempre esistito fra le streghe e i gatti. Spesso non solo le streghe erano accompagnate da gatti, in particolare neri, ma erano loro stesse a mutarsi in gatti. Le leggende che trattano di questa simbiosi sono numerosissime. Tornando a Croveo, proprio in uno dei cartelli che tracciano il percorso attraverso la storia delle streghe e il folklore nato attorno a loro, è riportata una parte di leggenda scritta da Sebastiano Ferraris, in arte Adolfo da Pontemalio, e pubblicata per intero nel prezioso libretto Novelle e leggende ossolane nel 1927. Dato che fortunatamente una ristampa anastatica di questo libro fa parte della mia libreria, ho voluto riportare la leggenda completa. Questa, per una volta, racconta della resistenza delle streghe e della loro rivalsa contro l’Inquisizione.
Possano tutte le streghe risorgere dalle proprie ceneri e riprendere, ognuna, il proprio posto nel mondo.
***
La fornace delle streghe
Leggenda della Valle Antigorio raccolta e trascritta da Sebastiano Ferraris
Dopo il Concilio di Trento, avvenimento che segna il trapasso dal Medio-Evo all’Evo Moderno, le streghe dovevano essere srazzate completamente ad ogni costo.
Dirlo era facile, emanare il decreto di sterminio anche; ma applicarlo al caso pratico riusciva difficilissimo, per non dire impossibile, perché di streghe e di stregoni ne esistevano migliaia e migliaia dispersi per tutto il mondo. Per di più certi stregoni occupavano alte cariche della società, e naturalmente, avendo voce in capitolo e prevedendo l’imminente pericolo, si opponevano fieramente allo sterminio o per lo meno lavoravano sott’acqua per farlo andare a male.
D’altro canto le autorità non intendevano transigere e volevano purgare tutto il mondo dalle streghe e simili genie.
L’Ossola, che allora era tenuta in debita considerazione, non doveva certamente essere privata dell’opera purificatrice. Per cui vennero gli inquisitori e per cavarsela in fretta, pensarono bene di far costruire una grande fornace (1) sulla vecchia strada tra Oira e Crevola, e dato che possedevano già l’elenco con nome, cognome, paternità e soprannome di tutti coloro che erano ritenuti streghe o stregoni, intimarono loro di trovarsi, un venerdì stabilito, davanti alla nuova fornace per essere processati e, se trovati colpevoli d’aver contratto patti col demonio (congregati in certi luoghi sotto la presidenza d’Erodiade o di Diana) o d’aver partecipato agli empi sabbati notturni, abbrustoliti ben bene senza tante formalità, ché la fornace era stata accesa unicamente per quello.
I primi a comparire davanti agli inquisitori e… alla fornace ardente, manco a dirsi, furono quelli di Croveo, i quali lasciaron quasi deserto il paese; perché la gran maggioranza erano colpevoli, compreso il prete, che lavorava maledettamente di… fisica. (2)
Già sicuri di essere condannati, per non mostrare le loro belle facce a tutti i curiosi accorsi dalle valli per assistere al tremendo giudizio, si presentarono sotto forma di gatti neri e furono condannati in massa.
Poi giunsero, come Maddalene pentite, tre streghe di Varzo, le quali volevano persuadere ad ogni costo i giudici che essere erano innocenti; ma mentre si accaloravano nella discussione cascò loro di dosso una boccetta d’unguento col quale segnavano gli orti per non lasciar crescere le belle verze di cui Varzo fu sempre orgogliosa. Quell’incidente fu la causa della loro condanna.
Gli stregoni di Masera per approvare la loro innocenza ritennero opportuno farsi accompagnare dal cavallo di San Martino, ma il cavallo astuto e sapiente, giunto vicino alla fornace sprangò loro un calcio che li mandò a finire tra le fiamme prima che si cominciasse il processo. Chi la fece un po’ più da furbo furono le Settimine di Villa che, unitesi alle vecchie streghe della valle Antrona, ad un certo punto della strada le legarono con delle funi, le trascinarono davanti gli inquisitori e si dichiararono collaboratrici dei giudici; senonché mentre gli aiutanti scioglievano le Antronine, i giudici s’accorsero che le corde oltre che di canapa eran formate anche di capelli, segno evidentissimo che appartenevano a delle streghe; per cui anche le settimine furono date in preda alle fiamme.
***
Il fuoco nella fornace ardeva da tre giorni, sempre alimentato dai corpi venduti a satanasso, l’Ossola si poteva quindi considerare completamente purgata dall’iniqua stirpe. Restava ancora la gran strega di Agaro, che per età, astuzia e malignità, si poteva ben considerare la decana delle streghe ossolane. Quantunque vivesse lassù tra la neve e i pini in continui rapporti col diavolo e con le streghe tedesche, dovette rassegnarsi a discendere.
Gli inquisitori la trovarono colpevole d’innumerevoli nefandità, per ciò la condannarono a perire come tutte le altre. Essa si finse rassegnata, anzi quasi pentita dei mali fatti e chiese ai giudici, come grazia suprema, di versare sulle ceneri delle colleghe bruciate un’anfora di vino. Gli inquisitori nonostante il loro fiero cipiglio, non ebbero il coraggio di negare una grazia tanto semplice; gliela concessero.
Avvicinatasi all’orlo della fornace la vecchia ed astuta strega di Agaro versò, invece che del vino, borbottando misteriose parole, un filtro diabolico: di botto le streghe e gli stregoni risorsero tutti, più forti e baldanzosi di prima, tanto che acciuffarono i giudici sbalorditi e li scaraventarono nella fornace infuocata; poi trasformatisi in vampiri se ne ritornarono alle loro case, lasciando sola e triste la fornace testimone dei fatti, e ispiratrice delle buone nonne, che nelle lunghe serate invernali, oltre il compito di filare, hanno anche quello di tenere buoni i ragazzi, raccontando loro le leggende ossolane.
La leggenda è tratta da Sebastiano Ferraris, Novelle e leggende ossolane e altri scritti, Edizioni Grossi, Domodossola, 1997, pagg. 33-35.
***
Note:
1. Pare che questa fornace, come scrive lo stesso Ferraris, esista ancora.
2. Con lavorar di fisica o fare la fisica, si intendeva praticare la magia, e in particolare, cambiare le proprie sembianze in quelle di un animale.

Nessun commento:
Posta un commento